Storia di Livio sui Baccanali Introduzione

Nel 186 a. C. le autorità romane scatenarono contro i seguaci del culto di Bacco una persecuzione così violenta che non aveva precedenti.

  Il fatto è sorprendente se si tiene conto che nessuno fu così tollerante in materia religiosa, come lo Stato Romano.

La religione romana, infatti, era caratterizzata da un costante universalismo, che la rendeva tollerante verso le altre religioni e al riparo da quelle degenerazioni tipiche delle religioni monoteiste moderne (il fanatismo e l’integralismo).

I Romani man mano che conquistavano nuovi territori, si sforzavano di integrare non solo i popoli che li abitavano ma anche le divinità[1] che vi erano venerate. Per loro, che non credevano in un unico dio, non c’erano divinità false. Perciò, anche se gli dei stranieri non erano considerati altrettanto potenti, tutti erano considerati veri e quindi degni di essere rispettati e venerati. Questa concezione politeista e multi religiosa dello ius sacrum Romanum è ben sintetizzata da Cicerone quando afferma che “sua cuique civitati religio …est, nostra nobis[2].

Tale integrazione potenzialmente poteva procedere fino ad abbracciare tutto il genere umano. Si spiegano così le frequenti adozioni di culti stranieri come il Graecus ritus dei libri Sibyllini[3], sia le usuali evocationes degli dèi del nemico, di cui le fonti conservano memoria a proposito delle divinità che proteggevano due storici nemici di Roma, quali la città etrusca di Veio [4] e la capitale dei Fenici d’Occidente, Cartagine[5]. Questo processo d’integrazione è andato di pari passo col diffondersi dell’impero universale e del concetto di humanitas[6], che proprio nella religione politeista romana ha trovato, secondo P. Veyne[7], uno dei più efficaci strumenti di diffusione.

Tuttavia anche la grande tolleranza romana aveva un limite insuperabile nelle superstitiones. Per i Romani erano superstizioni quelle religioni che comportavano un eccessivo timore degli dei. Esse erano poi particolarmente pericolose quando le cerimonie suscitavano emozioni eccessive (morbus animi) e se i fedeli si riunivano in privato o di notte. Per i Romani tutto doveva avvenire alla luce del sole: essi avevano un sacro terrore per tutto quello che essi non potevano controllare. La storia della parola superstitio è abbastanza interessante: dal valore originario di affine a religio passa a designare sempre più ogni religio illegittima, cioè non approvata dalle autorità e non regolata dallo ius divinum.[8].

Bisogna precisare che anche le eventuali superstitiones erano generalmente tollerate oppure represse senza eccessiva durezza dalle autorità romane. La prima violenta repressione contro la superstitio di un culto straniero è quella attuata nel 186 contro i seguaci del culto di Bacco.

Non è facile capire perché le autorità Romane improvvisamente scatenarono una persecuzione contro gli adepti di un culto religioso.

La difficoltà principale è dovuta al fatto che quasi tutte le notizie che noi abbiamo sulla persecuzione, ci vengono fornite da Livio, che dedica dodici capitoli del 39 libro delle sue storie all’affare dei Baccanali[9]. Egli, dopo circa due secoli, ci dà informazioni sulla persecuzione avvenuta nel 186 a. C. Già la distanza cronologica tra i fatti accaduti e il momento in cui essi sono descritti rendeva impossibile una descrizione del tutto oggettiva. Inoltre egli utilizza solo fonti provenienti da elementi delle classi dominanti che avevano certamente avuto interesse a giustificare in ogni modo l’azione repressiva delle autorità del 186 verso il culto di Bacco e a mettere questa religione in cattiva luce. Noi non sappiamo se Livio ricorre a fonti che riportano solo il parere delle autorità che decisero tale persecuzione, per una sua scelta o perché già ai suoi tempi, non esistevano più altri punti di vista.

Non abbiamo quindi notizie contemporanee della persecuzione[10] né il punto di vista dei seguaci del culto di Bacco o comunque di oppositori dell’operazione che probabilmente ci furono, anche se di essi nelle fonti, che abbiamo, non c’è traccia.

A questo bisogna aggiungere che lo storico scrive in epoca augustea e in accordo col tentativo di Augusto di restaurazione del mos maiorum considera pericoloso tutto quello che era in contrasto con esso. E un culto straniero come quello di Bacco era per molti aspetti certamente inconciliabile col costume degli avi.

Ha accettato quindi senza discutere l’impostazione data agli avvenimenti dalle fonti che aveva a disposizione. Questo anche perché esse venivano incontro a quelle che erano le sue idee. Egli guardandosi intorno vedeva la società di cui faceva parte estremamente corrotta e degenerata e i costumi ormai molto lontani dal mos maiorum. Egli pensava che le cause fossero da ricercare nei prolungati contatti con la prosperità materiale proveniente dall’est, nell’eliminazione di una minaccia esterna e nella possibilità di aumentare la ricchezza individuale.  Fissava il punto di svolta per la degenerazione della morale nel 187[11], l’anno precedente dell’affare[12]. Convinto che la storia potesse essere magistra vitae si è sforzato di presentare il passato non nella sua realtà ma in modo tale che potesse valere per il presente. Chi leggeva le sue pagine di storia sui Baccanali, doveva trovarli abominevoli e da evitare a tutti costi. Eccezionali misure erano giustificate, quando si considera che un gruppo di stranieri, donne e giovani cospirassero contro lo Stato e la loro amplificazione poteva benissimo servire meglio come un esempio per il futuro. La riprovazione per i Baccanali doveva inoltre estendersi a tutti i culti stranieri e ai comportamenti diversi da quelli tradizionali. In questo egli dava il suo contributo al programma augusteo tendente, teoricamente, a frenare la degenerazione dei costumi con il ritorno alla religione tradizionale romana[13]. In realtà Augusto negli antichi dei e nel loro culto voleva trovare il sostegno per dare legittimità al suo principato. La religione che si sforzava di ricostruire diventava “per lui stesso e per i suoi successori instrumentum regni, mezzo cioè di dominio, secondo quel metodo che Varrone, con la sua opera di ricostruzione archeologica, le Antiquitates, aveva indicato a Cesare”[14].

Bisogna quindi stare molto attenti a quello che egli ci tramanda sui seguaci di Bacco. Egli è sufficientemente realistico solo quando ci comunica informazioni storiche. Quando racconta come lo scandalo fu scoperto, parla dei seguaci di Bacco o accenna ai suoi riti, la sua attendibilità è abbastanza ridotta, talvolta vicino allo zero. Egli rappresenta i seguaci del Dio come comuni criminali che sotto il velo di una religione commettevano i peggiori delitti. Rappresenta gli elementi del culto di Bacco in modo ostile e prevenuto. Trae vantaggio di ogni opportunità per mettere i seguaci in cattiva luce. La preliminare ostilità verso tutti i culti stranieri induce Livio a rappresentare vari elementi del culto di Bacco in modo distorto. La repressione è amplificata al massimo. 

Giustamente Robinson osserva che Livio ci fa conoscere molto bene la propaganda senatoriale del periodo ma ci fornisce poco per tentare di ricostruire ciò che veramente accadde[15]. Per tutti questi motivi, le informazioni che egli ci dà sui Baccanali e sui riti notturni devono essere valutate con grande cura e cautela, ma anche con obiettività e senza tesi preconcette.


[1] Sul complesso fenomeno dei rapporti con le divinità dei vicini e con quelle dei nemici, interpretato in termini di “estensioni” e “mutamenti” della religione tradizionale, vedi: Dumézil 2001, pp. 355 ss., 369 ss.

[2] Cicerone, Pro Flacco, 28.

[3] Mommsen, 1998-1999, p. 91. Vedi pure: Sini, 1994 -60, p. 65 ss.

[4] Livio 5, 21, 3.

[5] Macrobio, Sat. 3, 9, 6-9:

[6] L’atteggiamento della classe dirigente romana è evidente in questo passo di Cicerone, Ad Quintum fratrem l, l, 8, 24: Est autem non modo eius qui sociis et civibus, sed etiam eius qui servis, qui multis pecudibus praesit, eorum, quibus praesit, commodis utilitatique servire.

[7] Veyne 1989, p. 413: «Nemmeno la religione era una barriera; a differenza della Cristianità e dell’Islam, l’Impero pagano non si distingueva dai barbari per le sue credenze. Gli dei di tutti gli uomini, civilizzati o barbari, erano veri, oppure erano gli stessi dei sotto nomi differenti, come una quercia è dappertutto una quercia; Iupiter si traduce in greco con Zeus e in celtico con Taranis».

[8] Cf. Benveniste 1969, pp. 278-279 : «Superstitio, associé de ce fait à des pratiques réprouvées, a pris un couleur défavorable. Il a dénommé de bonne heure des pratiques d’une fausse religion considérées comme vaines et basses, indignes d’un esprit raisonnable».

[9] Livio, XXXIX, 8-19. Il testo latino utilizzato per la traduzione e il commento è quello stabilito da Anne-Marie Adam in Tite Live, Histoire Romaine, Tome XXXIX, Paris Les Belles Lettres, 2003. Dei passi di tale libro si citeranno solo il capitolo e il paragrafo.

[10] In realtà possediamo un documento contemporaneo collegato all’affare: una copia dell’editto dei consoli sui Baccanali (CIL X 104) trovata a Tiriolo (Catanzaro). Ma esso si colloca cronologicamente dopo la persecuzione e contiene le norme che regolamentavano l’esercizio del culto di Bacco per il futuro. In esse non c’è il minimo riferimento alla persecuzione dei seguaci del culto.

[11] Livio , 6,7: Vix tamen illa quae tum conspiciebantur, semina erant futurae luxuriae.

[12] Pagan 2004, p. 56.

[13] Adamik 2007, p. 338.

 [14] Pastorino 1967, p. 57.

[15] Robinson 2007, p. 28: “Livy gives us a much better chance of understanding the senatorial propaganda of the period than of reconstructing what actually happened.”

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