Editto dei consoli sui Baccanali: Forme linguistiche

l linguaggio del testo dell’editto dei consoli sui Baccanali è quello giuridico, tipico delle cancellerie senatorie e consolari, di molto e da tutti i punti vista arretrato su quello corrente. Esso è, infatti, caratterizzato da un tenace conservatorismo, dovuto però non a immobilismo linguistico, come nel linguaggio religioso, ma alla necessità di mantenere intatte alcune esigenze particolari di comunicazione: linearità delle frasi, assoluta chiarezza, uso di parole dal significato tecnico preciso che non diano adito a fraintendimenti o ambiguità. In breve non si bada tanto all’eleganza formale quanto alla maggiore comprensibilità possibile del messaggio che si vuole comunicare.

Fortunatamente noi conosciamo molto bene la lingua latina in uso nelle prime decadi del secondo secolo a.C. attraverso le ventuno commedie di Plauto. Esse, infatti, con l’eccezione della Casina, furono composte negli anni antecedenti all’affare dei Baccanali. Dall’analisi della lingua di Plauto noi possiamo dedurre che la lingua Latina allora corrente era abbastanza simile a quella del periodo classico. Invece se si legge il testo dell’editto, si può subito notare che il latino usato contiene vari fenomeni linguistici che non sono più presenti nelle commedie di Plauto. Per esempio, il classico Bellonae nell’editto è scritto Duelonai, con dṷ invece della b. Ora il passaggio di dṷ iniziale a b è avvenuto   verso la metà del terzo secolo a.C.[1].

Ciò significa che, con questo editto, noi abbiamo un esemplare di lingua latina più o meno corrispondente a quella in uso più di cinquanta anni prima della sua promulgazione.

E’ indubbio che i tanti fenomeni linguistici presenti nelle trenta righe del testo dell’epigrafe sono generalmente arcaismi o grafie etimologiche che però sono utilissimi, talvolta indispensabili, a farci conoscere meglio aspetti importanti dell’evoluzione della lingua latina a cavallo tra il terzo e il secondo secolo a. C.


[1] Leumann-Bengtson  1963, p. 147.

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